Ci sono i servizi segreti deviati, che cercano di coprire le tracce delle loro malefatte. Ci sono cospirazioni nazionali che si intrecciano con quelle internazionali.
E c’è, sopratutto, lei. Il pomo della discordia della terza decade del terzo millennio, risorsa e dannazione a seconda del punto di vista. E lei è, ovviamente, l’Intelligenza Artificiale.
Tre elementi che sono all’ordine del giorno delle cronache che seguiamo quotidianamente. Che ci riempiono di concetti e termini con i quali abbiamo via via imparato a famigliarizzare.
C’è un problema, però, e non di poco conto. Person of Interest non è stata scritta nel 2021 per il 2026, ma dal 2011 al 2016.
Potrebbe essere, come sostiene Roberto Quaglia in Il fondamentalismo hollywoodista, un’allegoria di preparazione al mondo reale. Ovvero una tecnica attraverso cui lo Stato Profondo statunitense impone ad Hollywood un determinato indirizzo che serva ad abituare l’opinione pubblica.
Quest’ultima, avendo già fatto esperienza tramite le fiction di un determinato input, subirebbe uno shock controllato. Ed essendo già avvezza, reagirebbe da pubblico e non da massa critica.
Gli esempi che Quaglia fornisce in merito sono effettivamente convincenti. Tuttavia, tornando a Person of Interest, per riuscire a disegnare uno scenario così preciso, e così tanto tempo prima, ci voleva davvero molto impegno.
Certo, le basi sono note. Il presupposto è infatti il Patriot Act di George W. Bush, la legge che permetteva di stringere le maglie della sorveglianza tecnologica in nome della sicurezza degli USA.
Proprio da qui, da questo elemento del mondo reale, prende l’abbrivio Person of Interest. Una produzione televisiva che, come accennato, si snoda tra cybersecurity, intelligence ed alta finanza.
Tutti temi che sono tornati attuali nell’attuale fase di transizione dal mondo unipolare a guida angloamericana a quello multipolare. Così come ha avuto un ritorno di fiamma la questione della guerra, che nella serie fa da sfondo al retroterra di alcuni dei personaggi.
Il genio dell’informatica Harold Finch e l’ex-soldato John Reese rappresentano, in questo senso, due reietti dei rispettivi ambiti che hanno ricevuto una chiamata alla redenzione. Una missione salvifica, per essere precisi, a correggere le storture di un quadro a cui anche loro hanno in parte contribuito.
Una storia che è quella di tanti, nel mondo reale. Sono infatti innumerevoli i casi di ingranaggi a vari livelli del Sistema che, seguendo la coscienza, hanno deciso di cambiare rotta.
Qualcuno ha optato una preziosa opera di denuncia delle macchie. Altri, invece, si sono impegnati in prima persona ad intervenire a sanare situazioni a tinte fosche.
C’è tuttavia un secondo livello di analisi che merita attenzione. È quello legato a Jim Caviezel, l’attore che porta in scena John Reese.
Come è ormai noto, Caviezel ha interpretato Gesù in La Passione di Cristo di Mel Gibson. E, absit iniuria verbis, non si può non notare una continuità tra questi suoi personaggi.
John Reese che all’ultimo minuto salva vite, che si sacrifica per proteggere innocenti, che guida altri a fare scelte giuste non è solo l’americanata dell’Eroe invincibile. John Reese, per la comunanza del volto, è una figura cristologica che interviene nella nostra vita e la riporta sul retto sentiero.
Person of Interest non è quindi una semplice rappresentazione plastica del capitalismo della sorveglianza. Al contrario, essa si configura come l’azione concreta dei singoli individui che scelgono di cavalcare il nuovo avanza per fare del bene.
Un monito per il pubblico, ma allo stesso tempo una chiamata all’azione per ogni individuo. Non contro l’IA in sé, ma al fine di arginare quegli indirizzi anti-umani di quest’ultima che vengono decisi da coloro che il giornalista Giulietto Chiesa chiamava i “grandi padroni universali”.

