“Prego tutti i giorni. Ma non perché sono al Mondiale, né perché voglio ottenere un risultato. Io rendo grazie ogni giorno perché mi alzo e sto bene. Mi guardo e dico ‘Ancora un altro giorno che posso godere della vita’. Sarebbe ingiusto chiedere a Dio che aiuti me e non il mio rivale”.
È un uomo semplice, Luis de la Fuente. È semplice, ma non semplicistico, quando risponde alle domande dei giornalisti con parole dirette e tono sobrio.
Un antidivo. Uno vero, non uno di quei finti modesti il cui linguaggio del corpo, in realtà, rivela che amano essere adorati mentre fanno finta di andare controcorrente. Quelli sono i “divi anti”.
No, il commissario tecnico della Spagna, invece, è uno alla mano. Potremmo quasi definirlo uno di noi, se non fosse che guida un gruppo di milionari che sono giunti, sedici anni dopo la prima e unica volta, all’appuntamento più importante del calcio internazionale: la finale della Coppa del Mondo.
E una parte del merito va anche a lui. Che ha riportato le Furie Rosse ai vertici dopo che la gestione Luis Enrique si era conclusa in Qatar con l’eliminazione agli ottavi di finale per mano del Marocco.
De la Fuente, quando è stato scelto, aveva fatto la gavetta federale. Dopo le giovanili di Siviglia e Athletic Bilbao, nel 2013 aveva infatti iniziato la trafila in quelle delle varie selezioni spagnole.
Un quadriennio in Under-19 e Under-18 contemporaneamente, e un altro in Under-21. Palmarés: un trofeo vinto per ogni categoria, e l’argento olimpico di Tokyo 2020.
La chiamata della Spagna senior poteva essere forse troppo eccessiva. In fondo, il neo-ct passava dal guidare prospetti dal futuro potenzialmente d’oro a vere e proprie aziende unipersonali.
Ma anche lì, de la Fuente ha gestito l’upgrade in maniera sobria. E ha quindi plasmato la squadra in base alle caratteristiche che le erano più consone.
Ossia gioco in ampiezza, passaggi che servono a smuovere la difesa per trovare il varco giusto per l’imbeccata in verticale. A cui aggiungere, tanto per gradire, l’utilizzo di laterali offensivi di superiorità con i dribbling individuali, per andare al tiro o servire la prima punta in area.
Un modello quindi assai differente rispetto a quello della Spagna Mundial di Del Bosque del 2010. Il cui palleggio ruminato era tanto barocco quanto, va ammesso, narcolettico.
Non avendo gli stessi interpreti che poteva schierare il suo precedessore, de la Fuente ha quindi deciso di intraprendere un’altra strada. Non ha cercato alchimie peculiari, non si è venduto come filosofo della panchina.
Ha semplicemente messo i pezzi tutti insieme in maniera sensata. Portando subito a casa l’Europeo 2024, e dimostrando che la scelta della Federazione spagnola era assennata.
Nel frattempo, però, non avendo elementi tattici arzigogolati su cui poter ricamare, la stampa si è concentrata sugli aspetti più umani del selezionatore. Trovando così un’inattesa miniera d’oro.
Sì, perché lì è emerso il ct che cita il Marco Aurelio di “Colloqui con sé stesso”. O che scrive un libro che si chiama “La vida se entrena cada dia”, “La vita si allena ogni giorno”.
Oppure che fa pubblica ammissione della propria fede apostolica romana, peraltro in un periodo in cui una Spagna che si pensava ormai secolarizzata sembra piano piano stare riscoprendo la propria anima di “Cattolicissima”. Come ha dimostrato, peraltro, anche la recente visita di Leone XIV.
E quindi ecco Luis de la Fuente, il ct cattolico ed umano che ringrazia ogni giorno per la salute. E che ricorda con emozione i suoi genitori ed il fratello scomparso tre anni fa.
Un ct che possiamo davvero sentire come uno di noi, al di là di come vada la finale mondiale. Perché, come diceva il coach di basket John Wooden, il tabellone è un’altra cosa.

