Martin Scorsese fa parte dei “Movie Brats”. La definizione fu della critica cinematografica Pauline Khan, e designava il gruppo di ragazzi terribili che negli anni Settanta rivoluzionarono Hollywood.
Uscivano tutti dalle accademie di cinema (NYU, UCLA, USC) e si accostavano alla settima arte in maniera innovativa. Il loro riferimento era l’approccio impegnato e riflessivo di stampo europeo.
Una generazione di cinefili, dunque, che ridiede linfa ad una Hollywood in profonda recessione di senso. Credevano in storie mature, raccontate con linguaggi sperimentali.
Il numero varia, ma di norma vengono ricordati Francis Ford Coppola, Brian de Palma, George Lucas, appunto Scorsese e Steven Spielberg. E, tra questi, è stato il regista siculo-americano a differenziarsi rispetto agli altri.
I restanti membri dei quartetto, chi prima e chi dopo, hanno infatti tutti finito per lavorare a dei media franchise. Spielberg ne ha avviati diversi, Lucas è indissolubilmente legato a Star Wars, Coppola a Il Padrino e De Palma ha firmato il primo Mission: Impossible.
Solo Scorsese, tra tutti, ha rifiutato la logica dei franchise. Limitandosi, semmai, ad un solo remake (Cape fear, 1991) e ad un solo sequel (Il colore dei soldi, 1986), ma di un film non suo.
Il regista siculo-americano, infatti, ha sempre cercato un approccio autoriale per la sua filmografia. Che non a caso è profondamente cattolica, esistenziale ed in molti casi anche tragica.
Vita e morte, peccato e redenzione, fallimento e grazia, sono i grandi temi esplorati da Scorsese nel corso della sua carriera. E di questo e molto altro ha parlato lui stesso con padre Antonio Spadaro SJ, in un dialogo che si è poi tradotto nel libro-intervista Dialoghi sulla fede.
In quest’opera, il regista ripercorre, per essere precisi, non solo la sua carriera, ma anche la sua vita. Ad iniziare dalla giovinezza in quartiere di New York segnato dalla violenza per le strade.
In un contesto tanto complicato, tuttavia, il futuro premio Oscar evidenzia come la rete costituita dalla solidarietà famigliare sia stata cruciale. Dandogli ulteriori input per sviluppare la sua visione.
Dopo aver studiato per qualche tempo in seminario, Scorsese arrivò a comprendere che l’unico modo in cui sentiva di volersi esprimere era attraverso immagini in movimento. Coltivando così la sua passione attraverso gli esempi disponibili di cinematografia statunitense, europea ed asiatica.
Il suo retroterra culturale cattolico si intrecciava con la cultura cinematografica che in lui si stava definendo. Al punto concepire un film su un Gesù Cristo ambientato nella New York dell’epoca, prima di capire, parole sue, che quel era già stato fatto da Pasolini con Il Vangelo secondo Matteo.
Partendo da qui, Scorsese racconta a Spadaro non solo molti dei suoi successi, ma il pensiero che li ha plasmati. Toro Scatenato, Taxi Driver, L’ultima tentazione di Cristo, The Irishman e Killers of the Flower Moon sono infatti alcuni di titoli toccati durante questa serie di conversazioni.
Ampio spazio è dato tanto alla genesi quanto alla realizzazione di Silence (2016). Ovvero il film che narra le persecuzioni subite dai cristiani nel Giappone del XVII° secolo.
Scorsese rilegge a posteriori tutte queste produzioni, sviscerandone le dinamiche. Dinamiche che si basano sempre sul Bene e sul Male che l’essere umano è in grado di compiere.
In questo dialogo con padre Spadaro il regista siculo-americano si rivela quindi un fine umanista anche lontano dalla macchina da presa. E dotato, altresì, di un’acuta e brillante sensibilità teologica.

