Il Leone nel deserto spirituale: la recensione della biografia

C’erano, a detta di Tonino Carosone, gli italiani che volevano fare gli americani. E poi c’era un americano divenuto peruviano, poi chiamato in Italia e ora Pastore della Chiesa Universale.

La parabola di Leone XVI è, paradossalmente, ,molto simile a quella propagandata dall’ideologia globalista: spostamenti continui in un mondo divenuto sempre più piccolo. Ma è, allo stesso tempo, perfettamente coerente con l’esortazione di Cristo ad annunciare il Vangelo a tutte le nazioni.

La biografia scritta da Elise Ann Allen, in questo senso, ricostruisce la vita di papa Prevost sin dai primi anni nei sobborghi di Chicago. Anzi, ancora prima, rilevandone le ascendenze francesi, italiane, spagnole e persino creole del suo albero genealogico.

Il perfetto “cittadino del mondo”, se solo tale espressione fosse verosimile. Ma forse è stato questo mix a spingere Prevost, sin da giovanissimo, verso un futuro da missionario.

E così eccolo sin dal 1985 in Perù, con gli agostiniani. Un periodo di fermento, tra le controversie sulle derive della Teologia della Liberazione del domenicano peruviano Gustavo Gutierrez e la dittatura di Alberto Fujimori.

Un mandato ultradecennale, il suo, interrotto solo dalla chiamata a diventare priore provinciale e poi, dal 2001, priore generale. Un soggiorno a Roma che non sarebbe stato l’ultimo, nella sua vita.

In questo senso, l’autrice evidenzia, tramite diverse testimonianze, come l’agostiniano statunitense svolgesse il ruolo in maniera molto dinamica. Era infatti propenso a viaggiare in tutti gli angoli del globo, incontrando e ascoltando le diverse comunità.

Dopo qualche mese dall’elezione di papa Francesco, e in corrispondenza della fine del suo secondo mandato come priore generale, il ritorno alle origini. Il pontefice bairense destina infatti il futuro Leone XIV alla diocesi di Chiclayo, quindi di nuovo in Perù, come vescovo.

Il certosino lavoro di raccordo delle varie prospettive mostra un Prevost molto coinvolto. Di più, si percepiscono già alcuni semi che stiamo vedendo ora nel suo operato di Vicario di Cristo.

C’è la capacità di ascolto, certamente. Così come altresì quella di coinvolgere i laici, di intervenire sui temi di attualità, di sanare le fratture politiche e di raggiungere dei risultati concreti.

La ricostruzione di Elise Ann Allen, tuttavia, in questa parte un po’ si arena. O meglio, perde quel tratto scorrevole che l’aveva caratterizzata fino ad ora.

Da una parte essa indugia infatti eccessivamente sulla questione degli abusi. Che sono, è innegabile, una ferita ancora aperta per la Chiesa, ma allo stesso tempo non devono diventare un’ossessione, al punto da valutare l’operato di un servo di Dio principalmente in base a questo.

Dall’altra parte, invece, l’autrice mostra troppo entusiasmo verso la sinodalità bergogliana. Tanto da vederla anche nell’azione di un Prevost che, per mancanza di risorse, si è trovato a dover fare di necessità virtù.

Passati questi due scogli, la narrazione torna invece scorrevole. L’intervista diretta a Leone XIV, riportata nell’ultimo capitolo, è il degno corollario del percorso affrontato dall’inizio del volume.

Spicca, da queste pagine, la sobrietà e la riflessività con cui il pontefice risponde a questioni relative alla società civile. Ma che, proprio per questo, sono parte dell’agenda mondana, e non del Vangelo.

Anche nel deserto spirituale che ci circonda, tuttavia, il papa statunitense tratta ogni tema con fermo equilibrio, con calmo raziocinio. La leadership di cui abbiamo bisogno, in questo momento storico.

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