L’Italia azzurra che ha tutti contro

C’era un mantra, al Mondiale 2006. Sì, quel tempo lontanissimo dei miti e delle leggende, quando ai Mondiali non solo l’Italia partecipava, ma arrivava pure fino in fondo.

Facendo un paragone con il 1982, in quella fatidica estate di vent’anni fa i media infatti notavano come la nazionale italiana si esalti nei momenti in cui è da sola. In cui le critiche arrivano da dentro, più che da fuori.

Tenendo buono questo parallelismo, forse i tifosi della maglia azzurra possono tirare un sospiro di sollievo. Perché sono stati già in molti a fare il pollice verso alla nuova accoppiata Mancini-Malagò.

Anzitutto i club di Serie A, con alla testa l’amministratore delegato dell’Inter Giuseppe Marotta.

A ruota, si sono espressi criticamente il collega della Juventus, Giovanni Carnevali, e il suo allenatore Luciano Spalletti. A cui si è aggiunto, nelle ultime ore, l’ex-team manager azzurro Gianluigi Buffon. Solo per citare i nomi più in vista.

E potevano mancare i principali quotidiani italiani? Ovviamente no, e quindi ecco Corriere della Sera, Repubblica e Gazzetta dello Sport. Anche qui, ci limitiamo alle testate principali.

La linea generale è stata quella di fomentare l’opinione pubblica contro la nuova coppia di timonieri, sulla base dell’accusa di amichettismo. Da far risalire alla comune appartenenza al circolo Aniene, assurto di recente agli onori (o per meglio dire, ai disonori) della cronaca.

Strano. Ammesso e concesso che ciò sia effettivamente vero, viene da domandarsi come mai tale problema non era emerso quando il candidato della coppia Maldini-Leonardo era Andrea Pirlo.

Anzi, qualcuno aveva sottolineato in positivo il rapporto che lega il direttore tecnico durato venti giorni e l’attuale allenatore dello United FC. Insomma, due pesi e due misure.

Qualcuno ha provato ad azzardare qualche ipotesi in merito a questo fuoco di sbarramento contro il duo chiamato a risollevare le sorti dell’Italia del calcio. Che risulta invero assai anomalo.

Solitamente, infatti, i cambi di regime in seno alla nazionale sono stati affrontati con un generale ottimismo. E anche quando c’erano dubbi, sono sempre emersi dopo i risultati, mai prima.

Su Mancini pesa l’abbandono della panchina azzurra di tre anni fa? Plausibile, ma è pur sempre l’ultimo allenatore che ha portato un trofeo all’Italia, e non può certo essere accolto peggio di Gian Piero Ventura o Rino Gattuso.

E poi ancora: qual è l’opinione pubblica che rinfaccia a Mancini le dimissioni dell’estate 2023? La stessa che gliele aveva chieste a gran voce nel marzo 2022, dopo il secondo Mondiale mancato?

È chiaro che, a prescindere da tali episodi, si è adottata già ab ovo una chiave di lettura volutamente critica. Ma questo, come già accennato, potrebbe essere un vantaggio.

Se è vero, come si diceva nell’estate 2006, che l’Italia dà il meglio di sé quando ha tutti contro, allora forse non è tutto perduto. Anzi, questo scetticismo critico può risultare un vantaggio.

Avere basse aspettative su di sé forse aiuterà il nuovo-vecchio ct ad isolare la squadra. Oppure a darle motivazioni in più, come fecero Enzo Bearzot nel 1982 o Marcello Lippi nel 2006.

Se ciò dovesse portare risultati, e se questi risultati dovessero piano piano risvegliare la scintilla dell’Italia per la sua Nazionale, allora tutto sarà dimenticato. Il circolo Anienie, l’amichettismo, la fuga in Arabia di Mancini del 2023, e tutto il resto.

Chiaro, per ribaltare i pronostici e vincere la diffidenza serviranno impegno, grinta, carattere, disponibilità al sacrificio. Chiaro, il senso di rivalsa verso i critici non è un grande punto di partenza. Ma è pur sempre un punto di partenza.

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