Uno dei suoi tanti soprannomi è il “Crociato Incappucciato”. E quel sostantivo, “crociato” qualcuno lo ha inteso in senso letterale.
Quel qualcuno è Chuck Dixon. Che all’inizio degli anni Novanta fu ingaggiato dalla DC Comics per scrivere storie su Robin, per poi giungere progressivamente al pezzo da novanta: Batman.
E proprio Dixon ha svelato un retroscena relativo al suo trascorso nella Distinta Concorrenza. Discutendo con l’illustratore Graham Nolan se Bruce Wayne fosse cresciuto cattolico o protestante, Dixon affermò che doveva per forza essere cattolico.
Il motivo, ahinoi, è il solito. Perché chi ha una visione superficiale del cattolicesimo alla fine si rifà sempre a certi luoghi comuni duri a morire.
E il luogo comune più… comune è, ça va sans dire, il senso di colpa. Che attanaglia Batman da sempre, rendendolo così, a detta dell’autore, più cattolico che protestante.
Ora, ci sarebbero diversi aspetti da affrontare. Ad esempio il fatto che quello della colpa è un concetto anzitutto veterotestamentario, che il cattolicesimo eredita ma che, a differenza di quanto dozzinalmente ritiene Dixon, con Cristo non è più grave fardello ma giogo leggero.
Il mondo protestante è forse troppo condizionato dalla preghiera del “Confesso”. Quella, per intendersi, del battersi il petto e della formula “Mia colpa, mia colpa, mia massima colpa”.
Un altro aspetto cruciale potrebbe essere in tal senso, anche la confessione. Che i media protestanti rappresentano più della comunione, a conferma che tale sacramento desta loro molta impressione.
Alla base di questa cattiva interpretazione c’è, verosimilmente, l’idea del cattolicesimo come di una fede in perenne autoflagellazione. Con qualche venatura, chissà, pure di masochismo latente.
La realtà, viceversa, è che la fede cattolica dà alla colpa il giusto peso. Ovvero l’essere coscienti del proprio peccato personale, ma convivendoci e lavorando per smussarlo ogni giorno un po’ di più.
Perché quello cattolico, più che senso di colpa, è senso di responsabilità. Verso Dio e verso il prossimo, curando il rapporto con il primo e facendosi carico delle sofferenze del secondo.
E, questo sì, rende Batman più che cattolico che protestante. Specie tenendo in considerazione che il mondo riformato ha un approccio molto più individualistico, come d’altronde ha testimoniato il sociologo Max Weber in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.
Ora il lettore dirà: ma scusa, c’è qualcuno più individualista di Batman? Ovvero uno che, per sua stessa ammissione, fatica a lavorare bene in gruppo e preferisce agire singolarmente?
È vero, il Cavaliere Oscuro è un personaggio diffidente che preferisce condurre la sua crociata in solitaria. Ma un conto è il carattere personale, un conto è la visione d’insieme.
Proviamo a fare mente locale: si è detto all’inizio che Batman è chiamato anche “il crociato incappucciato”. E quale figura religiosa conosciamo che sia incappucciata e viva in solitudine?
Risposta: l’eremita. E l’eroe di Gotham si adatta perfettamente a tale espressione, in quanto vive ritirato nella sua grotta come facevano molti cenobiti.
Certo, in diversi hanno fatto notare come sia più vicino ad un templare. Tuttavia il personaggio presenta diversi punti di contatto anche con, ad esempio, i benedettini, in particolare per la disciplina estrema, la stabilitas loci e una certa estetica gotica.
Poi è vero, i benedettini vivono in clausura una quotidianità fatta di lavoro e preghiera. Ma la preghiera è sempre per la comunità, e dunque potremmo concludere, forzando un po’ il concetto, che “la preghiera” di Batman sia in realtà la sua attività di notturna a favore della sua città.
Vediamo dunque come il Crociato Incappucciato abbia tutte le carte in regola per essere definito cattolico. E per ragioni molto più profonde rispetto alla superficiale visione di Dixon.
Ma è davvero così? Una certa iconografia lo conferma, mentre in altri contesti l’eroe di Gotham asserisce di avere perso la fede con l’assassinio dei suoi genitori.
Possiamo però concludere salomonicamente che Batman è un cattolico che attraversa periodi di dubbi di fede. In fondo, come scriveva Eric-Emmanuel Schmitt nel suo Il Vangelo secondo Pilato, dubitare e credere sono la stessa cosa. Solo l’indifferenza è atea.

