Vieni e vedi: Il Vangelo secondo Matteo

Chi si accosti oggi a Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, non può non accorgersi che si tratta chiaramente di un film del suo tempo. È proprio l’occhio, se è onesto, a renderlo palese.

Lo spettatore di oggi, infatti, abituato fin quasi alla nausea al profluvio di effetti speciali sempre più sofisticato, sorride a vedere alcune trovate usate dal regista per rendere il contatto con il Divino. A noi basta in fondo un po’ di CGI, et voilà.

La stessa scelta dell’Italia centro-meridionale per riproporre la Terra Santa appare di per sé ingenua. Sergio Leone non andò forse in Spagna per girare, nello stesso anno (1964), Per un pugno di dollari in paesaggi che meglio si sarebbero prestati a rappresentare anche la Giudea?

Ecco, partire da questa domanda (retorica) ci permette di accedere al secondo livello di comprensione dell’opera di Pasolini. Quello che invece sfugge quando ci si ferma alla superficie.

Perché il regista non ha solo offerto una trasposizione “punto per punto” (come disse lui stesso) del Vangelo di Matteo. In aggiunta, ha offerto infatti anche un contesto culturale.

E il contesto culturale ideale non era il già menzionato set madrileno di Sergio Leone. Bensì l’Italia, perché dalla Terra Santa la successione apostolica portava fino a qui, a Roma.

È curioso, in tal senso, che Pasolini avesse dichiarato di non credere alla divinità di Cristo. A tale visione adduceva il suo passato di scrittore formato nella Resistenza, di marxista razionalista in polemica contro l’irrazionalismo della Fede.

Sempre nelle sue parole, la scelta del Vangelo di Matteo, oltre che per la maggiore storicità, era altresì un richiamo alla borghesia proiettata verso un futuro di distruzione dell’uomo. “Degli elementi antropologicamente umani, classici e religiosi”, per essere precisi.

E qui il lettore è assolutamente legittimato a saltare sulla sedia. Non sembrano infatti, queste, le parole del magistero della Chiesa da Paolo VI in poi, sulla tutela della dignità dell’essere umano?

Allora è plausibile, molto plausibile, affermare che Il Vangelo secondo Matteo sia un’opera con un’ottica differente. Un’ottica non più meramente marxista, ma pienamente umanista.

A confermarlo è, ad esempio, la fedeltà rigorosa al testo. Gesù non è un rivoluzionario ante litteram, ma è Colui che è venuto a portare il lieto annuncio ai poveri.

La stessa sacralità poetica che si respira attraverso la narrazione, accompagna la tragicità con cui Pasolini rende figura di Cristo. Non un rivoluzionario fallito, ma un profeta non capito.

Una visione che può trovare concordi o non concordi, senza dubbio. Eppure essa rievoca direttamente quel “Nessun profeta è ben accetto nella sua patria” che Cristo stesso disse.

E qui si chiude il cerchio con la questione iniziale. Perché se anche Cristo non è stato accolto nella sua patria, allora aveva perfettamente senso che Il Vangelo secondo Matteo fosse girato in Italia, e in luoghi che ricordavano esplicitamente l’Italia.

Questo perché, come ricordato, fuoriuscito dalla Giudea, il Vangelo ha preso il largo, arrivando anche a Roma. E contribuendo a plasmare la cultura italiana che Pasolini ha sempre onorato.

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