L’elegia americana di JD Vance, oggi

In una sua recente pubblicazione Franco Bechis lo ha descritto come “Il vice sceriffo”. Immagine che renderebbe di conseguenza Donald Trump lo sceriffo, magari in stile Far West.

Ma JD Vance non viene dal Far West. Semmai, anzi, dal Midwest, ovvero la cosiddetta “America di dentro” che, come già raccontato, si è sentita la grande sconfitta della globalizzazione.

Trump, nel suo bieco cinismo da businessman newyorchese, ha colto questo sentimento popolare e lo ha cavalcato. Vincendo per due volte le elezioni pur partendo da sfavorito.

E nel secondo mandato, proprio in virtù (se di virtù si può parlare) di questo cinismo ha voluto accanto a sé JD Vance. Ovvero colui che pur era stato un suo grande accusatore.

Sì, perché, per quanto sia strano pensarlo, Vance prima di venire coinvolto nel ritorno di Trump alla Casa Bianca era stato assai critico verso quest’ultimo. Aveva detto di ritenerlo, nell’ordine, inadeguato alla carica, un oppiaceo culturale e addirittura l’Adolf Hitler a stelle e strisce.

E queste sono solo alcune delle sferzate del vice nativo dell’Ohio verso il suo attuale comandante in capo. Ma allora, data questa sequela di contumelie, perché Trump ha scelto proprio Vance?

La risposta, vogliamo pensare, sta in due parole: Elegia americana. Ovvero la monografia data alle stampe nel 2016 dall’attuale vice-presidente.

Un volume che, come sanno in molti, in Italia è stato reso con un titolo edulcorato. La versione originale sarebbe infatti Hillbilly Elegy, che tradotto sta per “L’elegia del bifolco”.

Un titolo duro, aspro, che nasconde però una profonda lettera d’amore. Anzi, una passione intensa, con cui l’autore porta all’attenzione del grande pubblico il disagio della provincia statunitense.

Nel suo bestseller, perché tale è stato, Vance offre infatti un quadro forte di certe situazioni off limits degli Stati Uniti interni. E lo fa partendo da sé, da quello che ha vissuto lui sulla propria pelle.

Il nativo dell’Ohio, quindi del Midwest, racconta di una popolazione che mascherava il disagio sociale con il successo economico. Ma si trattava di una maschera, appunto, perché dietro le mura domestiche andavano poi in scena i drammi famigliari.

E non i drammi da serie tv teen, in stile OC,da ricchi annoiati. No, parliamo proprio di quegli strappi che si allargano ogni giorno di più fino a rendersi alla fine insanabili.

Di famiglie a pezzi in cui i nonni raccolgono i cocci dei figli. Di genitori che confondono i soldi con la stabilità, perdendo nel tempo sia gli uni che l’altra.

Vance racconta sé stesso, ma raccontando sé stesso racconta anche tanti, tantissimi uomini e donne come lui. Cresciuti senza affetti che fossero sufficientemente saldi per reggere le tempeste della vita.

E, soprattutto, lo fa senza sconti. Perché mostra come su tante piccole storie quotidiane abbiano inciso sia la ferocia della globalizzazione che la pigra apatia a cui tanti si sono abbandonati.

Qui iniziamo ad intuire cosa abbia scorto Trump in Vance. Quella capacità di poter essere credibile verso la sua gente, perché era uno di loro, mentre il presidente è invece originario della New York epulona e mondana che abbiamo visto in serie tv come Sex and the city o Gossip Girl.

Elegia americana non è quindi un libro interessante solo da un punto di vista socio-culturale. Esso porta infatti in scena tutti gli elementi per comprendere i mutamenti interni che attualmente stanno scuotendo l’egemone globale. E, per conseguenza, tutto il mondo.

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