Vieni e vedi: Mission

C’è questa idea, nata con il giacobinismo e che da allora ha sempre accompagnato la storiografia occidentale. Sostiene che la Chiesa sia sempre stato un potere opprimente e retrivo, finché l’Età dei Lumi ha liberato l’essere umano.

Un modo per tirare l’acqua al proprio mulino, ovviamente. Perché la Storia, quella vera, dimostra invece che la Chiesa è stata ora effettivamente al fianco del potere, ora invece contropotere.

Mission, da questo punto di vista, rappresenta perfettamente il secondo caso. Ricordato sopratutto per la colonna sonora di Ennio Morricone, questo film propone una riflessione oggi da riscoprire.

Lo snodo cruciale dell’opera di Roland Joffé, infatti, è proprio quello di mostrare la missione della Chiesa verso l’umanità, andando oltre i poteri mondani. Una visione quantomai attuale.

Nel quarantesimo anniversario di questo lungometraggio la situazione geopolitica mondiale appare infatti una riproposizione di quanto vediamo in Mission. Solo, a livello più espanso.

Non possiamo non rilevare, infatti, che oggi grandi potenze si accordano o si sfidano a seconda della convenienza, giocando sulla pelle delle persone. Persone reali, ma che nei piani di questi attori globali sono ritenute semplici numeri.

Numeri di cui le civiltà che si ritengono più avanzate pensano di poter disporre a piacimento. Aggiungendo o sottraendo, a tavolino e, verosimilmente, da dietro uno schermo.

In questo senso, la missione della Chiesa risulta cruciale. Una missione di carità, certamente, ma sopratutto di tutela del debole. Dell’orfano e della vedova, per dirla con l’Esodo.

Oppure, citando Giovanni Paolo II, di voce di chi non ha voce. Anche verso coloro che al Vangelo non aderiscono, o che addirittura a Cristo o ai cristiani sono ostili. Una missione universale.

In quest’ottica, Mission appare un film invecchiato meglio di tanti altri. Anzi, per certi versi profetico, visto che il contesto socio-culturale che lo ha partorito era sicuramente più monolitico rispetto a quello attuale.

Allo stesso tempo, tuttavia, il lungometraggio suona come un monito per la Chiesa stessa. E ciò è vero in particolar modo per quanto riguarda il finale.

In una società occidentale dominata dalla frenesia e dal consumismo, appiattita da quella che il (ancora per poco) cardinale Ratzinger chiamò “dittatura del relativismo”, anche la Chiesa rischia infatti di perdersi. Ossia di annacquarsi, ammorbidirsi, venire a patti con le dinamiche mondane.

Ma questo la renderebbe una ONG come tutte le altre. Mentre essa è, invece, Corpo Mistico di Cristo, pur con tutte le contraddizioni al suo interno.

Il finale di Mission, con il Santissimo Sacramento portato in processione malgrado la battaglia che infuria, è proprio il simbolo di ciò che deve essere la Chiesa. Testimonianza viva di Cristo, sempre.

E “sempre” va inteso come “sempre”, anche quando in vista c’è un potenziale martirio. Anzi, sopratutto in quei casi.

Al di là dell’alto valore artistico che rappresenta, Mission è quindi uno stimolo perché il cattolicesimo tenga sempre a mente che la sequela di Cristo comporta la spada, non la pace. La quale è invece la meta di un cristianesimo tiepido, molle, e quindi tutt’altro che autentico.

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