L’insieme di documenti papali che tratta le questioni riguardanti la collettività prende il nome di Dottrina Sociale. Come è noto a tanti, specie in seguito all’elezione di Leone XIV, si fa risalire l’origine di tale corpus all’enciclica Rerum Novarum del predecessore di Prevost, Leone XIII.
Dopo Dilexi Te, nata con Francesco e poi completata dall’attuale pontefice, quest’ultimo ha da poco pubblicato la prima opera originale. E Magnifica Humanitas è stimolante sotto molti punti di vista.
Il papa statunitense introduce infatti il testo con due immagini sì veterotestamentarie, ma assai attuali. Da una parte la Torre di Babele, dall’altra la ricostruzione delle mura di Gerusalemme.
La prima richiama la ubris, l’arroganza dell’essere umano che sfida Dio per dimostrargli che non necessita di Lui. La seconda, invece, l’affidamento al Signore per un’opera ritenuta impensabile.
Leone però va oltre, ed individua in questi due esempi due connessioni con il presente. Ossia l’idolatria del profitto che schiaccia il debole e la comunione del lavoro che accetta i limiti umani.
Questa premessa è il filo conduttore di un testo che non si limita a toccare il tema dell’IA, come frettolosamente presentato. Esso offre invece una panoramica completa delle questioni sociali.
Prima di immergersi nella trattazione vera e propria, tuttavia, Leone avverte la necessità di un ulteriore passaggio. Che si traduce in un excursus sulla Dottrina Sociale dagli albori ad oggi.
Così, partendo da Leone XIII, Magnifica Humanitas mette in fila tutti i testi rilevanti che riguardano i grandi temi sociali. Contestualizzandoli nell’epoca in cui sono stati espressi.
Il suo focus, in particolare, si concentra sugli ultimi tre pontificati precedenti al proprio. Ciò è dato, verosimilmente, dal suo aver collaborato direttamente con Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco.
Questa disamina mette in luce i punti cruciali della Dottrina Sociale della Chiesa. E la conclusione è lapidaria: i movimenti sociali sono sterili se non promuovono i diritti inalienabili delle persone.
È presente qui una summa dei fondamenti della DSC. Bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà e solidarietà, giustizia sociale. Tutti principi per la Chiesa non negoziabili.
Al centro di tutto, Leone mette tanto la persona umana quanto la famiglia. Sulle quali lo Stato deve vigilare, senza tuttavia andare oltre il proprio ruolo di garante e sostituirsi ad esse.
Dopo aver, per così dire, dissodato il terreno con queste necessarie premesse, Magnifica Humanitas tocca poi il tema dell’IA. Ma non solo.
Non è solo l’intelligenza artificiale ad essere in questione, nello specifico, ma tutto il contesto intorno. Trasparenza nel suo utilizzo da una parte, transumanesimo e postumanesimo dall’altra.
Leone XIV ribadisce infatti che lo sviluppo tecnologico è cruciale per offrire un aiuto all’essere umano. Esso non deve essere, tuttavia, un mezzo per sostituirlo per ottenere profitto.
Occorre dunque, secondo il pontefice, progettare sistemi basati sulla persona. E questo perché il lavoro esprime ed accresce la dignità della vita umana.
Strettamente legato alla questione dell’IA è, inoltre, il tema della guerra. Papa Prevost rileva un discorso pubblico che è tornato ad incoraggiare gli investimenti bellici, di cui l’intelligenza artificiale è divenuta parte integrante.
Essa permette, secondo Leone, di predisporre attacchi senza vedere il volto degli obiettivi. Ma ciò abbassa la soglia morale del conflitto, e rende le vittime semplici dati.
Sua Santità indica perciò un percorso di cinque tappe. Disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, immedesimarsi nelle vittime, evitare idealismi politici e rilanciare il dialogo multilaterale.
A livello individuale, inoltre, Leone invita a custodire luoghi e tempi in cui è decisiva la prossimità fisica. Si tratta, sostiene, di segni umanità indispensabili da un punto di vista antropologico.
In coda, Magnifica Humanitas richiama le due figure iniziali, Babele e Gerusalemme. Tramite quest’ultima, donne e uomini assumono un ruolo nei cantieri della storia, invece di essere ritenuti spettatori passivi di fratture sociali e culturali.
A chiudere l’enciclica è, infine, un’invocazione alla Vergine Maria. Che guarda al Magnificat come al modello per essere autentici tessitori di speranza nel mondo.

