Un’esplosione. Nello share sicuramente, visto che si è attestato al 29.6%, con picchi tra 30% e il 40% nel fascia d’età 15-34 anni.
Un risultato che sarebbe stato rilevante già nell’epoca in cui la televisione lineare era lo strumento di comunicazione di massa. Figurarsi ora che viene soppiantata dalla programmazione dei servizi streaming di varia natura.
Ma Il mio nome è Carlo, lungometraggio dedicato alla figura di San Carlo Acutis, non è stato solo visto. È stato anche commentato.
Nei due giorni successivi alla trasmissione in prima serata, infatti, i social sono letteralmente esplosi di post in merito. E con una eterogeneietà non certo preventivabile.
C’erano ovviamente i cattolici, che si dichiaravano emozionati dalla storia che avevano visto. Ma questo, tutto sommato, era più o meno fisiologico.
Ciò che era assolutamente non preventivabile, invece, erano le opinioni di chi vive al di fuori del cattolicesimo. Persone che premettevano di non essere credenti, o addirittura di essere contro la Chiesa, che però ammettevano che la storia di Carlo Acutis era stata per loro commovente.
Ci sono stati, naturalmente, anche i troll. Ossia bastian contrari in servizio permanente effettivo o veri e propri odiatori seriali che si sono stracciati le vesti, sia per la storia che per il successo di essa.
Questi personaggi, va da sé, si qualificano da soli per la loro dabbenaggine. Ed è quindi la seconda categoria quella più interessante da prendere in esame.
Perché significa che la storia del santo teenager ha saputo toccare i cuori. Ha saputo parlare a chi, nonostante il perfido malanimo verso la Chiesa, sa ancora fermarsi dinnanzi al Mistero.
Il Mistero della fede opposta al materialismo imperante. Della testimonianza con la propria vita. Di un amore bimillenario che travalica tutti i confini e arriva a tutte le genti.
Il jazzista Gli Scott-Heron in una sua celebre poesia diceva The revolution will be not televised. La rivoluzione non sarà trasmessa in televisione. Il brano fu interpretato come un inno all’attivismo, ma in realtà era un invito a iniziare la rivoluzione partendo da sé, dal proprio animo.
Ma, come affermò Benedetto XVI, solo dai santi viene la vera rivoluzione. Perché la vera rivoluzione è volgersi direttamente a Dio, amore eterno e autentica misura del Bene.
Se dunque la vera rivoluzione è la santità, allora San Carlo Acutis ha dimostrato che quanto sosteneva il cantautore statunitense è una prospettiva parziale. Perché invece la santità può essere trasmessa in televisione.
Basta il mezzo audiovisivo? Chiaramente no, serve (e invece qui aveva ragione) un cambiamento del paradigma interiore, che è principio di ciò che poi porta naturalmente ad attivarsi.
Il mio nome è Carlo, tuttavia, dimostra che anche una storia di santità diffusa attraverso i mass media può davvero contribuire a smuovere gli animi. Diventando poi premessa di rivoluzione interiore.

