Storie di chi ha vinto lontano dai riflettori
Francesca Marchesani, quanti titoli hai vinto?
Se per titoli si intendono premi, statuette, attestati da incorniciare o altro, in realtà nulla. Zero titoli, per l’appunto.
Ma se per titoli invece intendiamo riconoscimenti di altro tipo, soddisfazioni personali, messaggi dai lettori, abbracci o altro, quelli sì, eccome. Anche se non credo che quelli si possano scrivere nel curriculum.
“Diario di una cameriera superstar” è più una raccolta di memorie o più un vademecum?
Diciamo che è stato più un esperimento. Avendo cominciato a scrivere per una trasmissione radio, (facevamo quelli che ora si chiamano podcast true crime prima ancora che esistesse Spotify) e avendo ricevuto solo feedback positivi, ho pensato di scrivere anche altro.
Mi piaceva il fatto che, nonostante facessi la cameriera, di notte riuscissi anche a scrivere. Mi sentivo come una spia in incognito.
Hai mai pensato a “Dio salvi la vagina” come ad una preghiera laica?
Sono più che altro una sequela di episodi divertenti, situazioni comuni raccontate in chiave comica, e un po’ diario di viaggio. Guardando indietro, lo scrissi più di dieci anni fa, un po’ me ne vergogno. Ma dall’altra parte sono contenta di aver messo tutti quei ricordi su carta. È stato piacevole rileggerlo dopo tanto tempo, oserei dire profetico.
Dio salvi la vagina è proprio una preghiera laica. Non mi fraintendere, sono un’atea agnostica, ma quel libro non poteva che avere quel titolo, dei sei editori che si proposero per pubblicarlo, uno lo avrebbe fatto solamente se avessi cambiato il titolo.
Ma io non firmo con chi non capisce l’umorismo. Tornando alla domanda, non è una preghiera rivolta solo agli uomini, ma a tutti i sessi.
Anche qui, come nel libro precedente, assistiamo a una sequela di appuntamenti e incontri sessuali, uno peggio dell’altro, una collezione tremenda di cui tutti preferiremmo fare a meno e che, col tempo, non può fare altro che allungarsi.
Ho scelto di metterla per iscritto come sempre, sperando potesse evitare tanti traumi e tante sedute di terapia ai miei lettori o alle mie lettrici.
“Pensavo fosse nonna invece era una pusher” è un Breaking Bad declinato in chiave nostrana?
In realtà no. Mi hanno detto che assomiglia più a “L’erba di Grace” film che, tra l’altro devo ancora vedere nonostante il tema mi interessi molto.
La storia di Adele che si da alla malavita, con Serena, giovane dirimpettaia, come complice, in realtà nasce da tutt’altro spunto. È una storia che ho raccontato a tutte le presentazioni.
Quando sono andata a vivere da sola mi sono spaventata all’idea che potessi morire soffocata con del cibo, ho pensato a chi si sarebbe accorto del mio corpo e dopo quanto tempo.
Poi ho allungato questo pensiero verso una signora anziana, che magari non aveva eredi diretti. Cosa ne sarebbe stato di lei?
E se invece non fosse morta nell’appartamento da sola, ma se non fosse stata più in grado di badare a sé stessa ma non avesse avuto le disponibilità economiche per una badante o una struttura? Così ho pensato a farla andare in carcere, e il resto è venuto da sé.
È uno dei libri di cui vado più fiera, tranne quelli che ho pubblicato sotto pseudonimo, anche quelli ne sono piuttosto orgogliosa perché non solo non ci ho messo dentro il personaggio “Francesca” ma escono proprio dalla mia comfort zone di scrittura. Sono più sfidanti, e questo mi da sempre un gran gusto.
Sto anche pensando, in un futuro non troppo distante di scrivere un seguito di Nonna pusher, nonostante sia stato un libro sfortunato uscendo nell’anno del Covid, voci di corridoio dicono che sia in produzione un musical in uscita nel 2027. Quale occasione migliore per dargli un’altra chance?
“Scrivo cose che non concepisco” porta con sé qualche riflesso onirico?
Quest’ultimo libro è tutto tranne che onirico. È reale come un sasso in faccia. Ci ho messo quattro anni a scriverlo, e la maggior parte delle persone che lo ha letto, mi ha detto che ci ha messo giusto un paio d’ore a mandarlo giù tutto.
Un’amica mi ha detto di essere davvero orgogliosa di me, di quello che ho fatto cercando di essere la voce di molte donne che hanno a che fare col mostro dell’infertilità e tutto ciò che ne consegue. Ci è voluto tanto coraggio, non solo a scriverlo, che è stata come una terapia per me, ma anche e soprattutto a pubblicarlo.
Espormi così tanto non l’avevo mai fatto, neanche con “Dio salvi la vagina”. Mi sono messa molto più che a nudo con quest’ultimo lavoro e, col senno di poi spero di aver fatto la scelta giusta.
Il mio scopo, con “Scrivo cose che non concepisco” è non fare sentire sola nessuna donna che sta vivendo questo percorso. Perché io, quando ero nel periodo più buio, non riuscivo a trovare una lettura sincera, vera, che mi raccontasse la dura realtà.
Così l’ho scritta io. La cosa più bella, che sto già riscontrando nonostante ancora debba fare la prima presentazione, è che chiunque ha una storia da raccontare sul suo rapporto con la maternità. Che sia voluta, mancata, desiderata, odiata o altro. Chiunque ha qualcosa da dire e io sono pronta a ascoltare.
Hai scritto per la radio. Che esperienza è stata elaborare un testo scritto per un media che è unicamente orale?
La radio e la web tv sono state le mie prime esperienze lavorative che non includessero lo stare nei ristoranti. Mi hanno insegnato che un lavoro artistico può essere gratificante anche se duro e incompreso la maggior parte delle volte.
Come dicevo prima, in radio scrivevo testi che parlavano più che altro di cronaca nera, le speaker li leggevano intervallando il tutto con pezzi musicali. Sentire il mio nome nella sigla mi ha sempre dato un brivido di soddisfazione.
Pensare che entravo nelle macchine e nelle case delle persone con i miei testi era una cosa incredibile. Da lì ho poi cominciato a prendere sul serio la scrittura ma anche la lettura.
Ho scritto tante recensioni per vari siti, per poi avere il mio programma su una web tv, un format che non credo esista più.
Anche lì eravamo dei pionieri, facevamo dirette social quando ancora non esistevano. Io recensivo libri, a volte intervistavo autori. È sempre stato il mio mondo, mi sono sempre sentita accolta.
Da lì poi è stato tutto un percorso, a volte piatto ma costante, a volte in salita. La scrittura è sempre stata la mia coperta di Linus, così come la lettura. E sono fortunata a aver trovato tante persone che mi hanno accolto e hanno creduto in me, quando ancora non ci credevo neanche io.
Tutt’ora ho bisogno di iniezioni di autostima nonostante i risultati che ho raggiunto negli anni, la sindrome dell’impostore è sempre stata una compagna fedele, temo non mi lascerà mai, ma sono contenta così. Mi aiuta a essere umile.
Con Bagibooks hai raccontato i libri attraverso il video. Su quali elementi hai puntato per far sì che il libro si raccontasse da sé?
Bagibooks è un progetto che non so se definire soltanto in pausa oppure morto e sepolto. Nasce da un’insistenza di mio marito che ci teneva a farmi fare video più lunghi del solito reel da un minuto, dove potessi analizzare i libri con calma (per poi rendersi conto che montare un video da cinque minuti è più impegnativo).
Abbiamo puntato alla totale sincerità, parlando non solo dei punti di forza di un testo, ma anche e soprattutto dei punti deboli, tanto mica devo vendere niente a nessuno. Mi sono sempre ritenuta un asso a consigliare i libri, anche perché finora nessuno mi ha mai detto il contrario.
Talmente brava che quando mi ospitavano nelle librerie per i firmacopie, tendevo più a consigliare i libri degli altri, rispetto ai miei. La forza che sta in Bagibooks è l’individualità.
Io non credo che esistano libri inadatti, credo che una persona abbia dei momenti nella vita in cui predilige un tipo di libro rispetto a un altro. In base al momento che sta passando, alle cose che fa o che sogna o che dice.
Inoltre diamo i voti in noccioline, e diamo penalità in base a quanti color kaki sono presenti nel testo. Fateci caso, in qualsiasi libro c’è di mezzo questo color kaki, la mia lotta è farlo eliminare dall’arcobaleno.

