Sant’Agostino (2010): aria da fine impero

Fosse uscita ai giorni nostri, sarebbe stata una manna per i liberal. Una ghiotta occasione, per restituire con gli interessi ai tradizionalisti le polemiche sui cambi di etnie dei personaggi storici.

Era tutto perfetto. Una miniserie in cui Sant’Agostino, originario della nordafricana Tagaste, oggi scomparsa, è interpretato dall’italianissimo Alessandro Preziosi.

Uno scenario credibile? No, considerando che certa gente senza cultura né memoria storica difficilmente prenderebbe in considerazione una produzione su un santo. E anche fosse, risulta ancora più arduo pensare che conoscerebbero le origini di Agostino.

D’altronde quello in cui quest’ultimo è cresciuto risulta un contesto vieppiù imperscrutabile per le genti europee di oggi. Un contesto in cui il Nord Africa era prospera provincia dell’Impero Romano.

Un impero già avviato verso il declino, certamente, ma che di tale declino ancora non si avvedeva. Anzi, pur essendo una produzione di genere, Sant’Agostino si segnala proprio per precisione con cui tratteggia la convinzione di Roma quale potenza eterna.

Ogni personaggio della miniserie che abbia un ruolo apicale nella società del tempo è impregnato di questa forma mentis. Ciò vale anche per il protagonista, che una volta raggiunta una posizione di vertice si concede lussurie e pratiche prima preclusegli.

Ma se c’è qualcosa che non è possibile mettere a tacere con i piaceri terreni è proprio la ricerca dell’infinito. Quel bisogno della coscienza di andare oltre il sensibile, l’esperibile.

E così, come è accaduto a tanti santi prima e dopo Agostino, scatta qualcosa nell’animo. È il momento in cui la gloria terrena non è più sufficiente, ma serve di più, serve altro.

Un Altro che si traduce in Gesù Cristo, e l’incontro con esso è per il personaggio principale un passaggio sofferto ma necessario. Un cambiamento, anzi, una vera e propria conversione.

È proprio attraverso tale conversione che lo spettatore coglie la prospettiva di un conflitto fino a quel momento invisibile. Quello, cioè, tra potere temporale e dimensione spirituale.

Tutto ad un tratto l’Impero Romano dell’epoca appare quello che è: autoreferenziale, stanco e sclerotizzato nelle proprie prassi. Un potere che, a causa della sua cecità, sta perdendo l’aggancio con i mutamenti storici.

Appare evidente, quindi, che il vescovo di Ippona abbia capito nel momento giusto che il vero potere eterno è quello di Cristo. A salvare è il Vangelo, non le corti imperiali né gli eserciti.

Quella che lo spettatore vede in Sant’Agostino è quindi per certi versi la conversione di tutti. Che passa necessariamente dal contestualizzare la quotidianità mondana in un’ottica di eternità evangelica.

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