“Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»” (Mt 22, 20-21).
La malizia degli erodiani, inviati dai farisei per cogliere in fallo Cristo e prontamente rimandati a mani vuote, due millenni più tardi si è evoluta, assumendo varie declinazioni. Una di queste, per paradosso, ha fatto sì che ad un Cesare non venisse reso quanto dovuto.
Il Cesare in questione è Prandelli da Orzinuovi, un entroterra lombardo che ha sofferto terremoti, invasioni di locuste, più volte la peste, morie di bestiame, colera e tifo. No, non quello da stadio o da bar, quello ha colpito solo l’illustre cittadino dopo la fallimentare spedizione ai Mondiali in Brasile nel 2014.
Ed anzi, è proprio da quel frangente, in realtà, che non si è voluto dare a Cesare Prandelli quel che era di Cesare Prandelli. E come sempre è stato solo il tempo, galantuomo, ad (parzialmente) rimediato i torti subiti.
Oggi infatti l’ex-allenatore orcese è tornato ad essere, nella percezione dei tifosi sui social, un tecnico capace che faceva praticare un gioco piacevole. E chissà, magari hanno operato in tal senso anche le sue dimissioni dalla Fiorentina nel 2021, rassegnate per l’esplosione improvvisa di una sensazione di vuoto data dallo stress del mestiere.
C’è voluto un dramma perché i toni sui social si ammorbidissero. Non bisogna infatti dimenticare che nelle sue esperienze dopo la Nazionale, in particolare tra Galatasaray, Valencia ed Al-Nasr, l’ex-ct era diventato oggetto di schermo.
Bollito, finto umile, in cerca di denaro immediato. In ogni sua tappa successiva agli Azzurri su Cesare Prandelli si è letto di tutto, e lui, forse ignaro, forse troppo signore, non ha mai alzato la voce per replicare alle malignità.
Malignità scaturite sopratutto da quella moda molto italiana di non accontentarsi di chiedere “Dimissioni e tutti a casa”, già di per sé abbastanza imbarazzante. No, allo sconfitto non va concesso neanche l’onore delle armi, anche se magari poi l’Italia, dopo quel 2014, i Mondiali non li ha più giocati.
Eppure sarebbe bastato leggere uno dei libri che lo raccontano, o osservarne il linguaggio non verbale nelle interviste, per rendersi conto che Cesare Prandelli non può essere uno finto. E meno che mai, a maggior ragione, uno a caccia di soldo facile.
Quello che emerge da La partita di Cesare di Marco Bucciantini e Il calcio fa bene dello stesso Prandelli con Alessandro Genovese è infatti un ritratto molto umano del mister orcese. Aneddoti legati tanto al passato di giocatore quanto all’esperienza in panchina raccontano tutt’altro rispetto all’immagine di allenatore austero intento a salmodiare che qualcuno ha voluto dipingere.
No, Prandelli è uno vero, uno che non si è mai nascosto, che risponde con candore e spontaneamente perché quello è lui. Ne sia controprova la professione di fede fatta pubblicamente, in un’epoca in cui agli sportivi è più conveniente mostrarsi progressisti sui temi sociali che spiritualmente coinvolti.
Poi, chiaramente, anche l’ex-ct avrà, come tutti noi, qualche peccato da scontare. Ma un conto sono i propri limiti umani, tutt’altro paio di maniche è invece l’attribuzione di malafede a qualcuno in base alle scelte professionali che questi fa.
Per questo, dopo aver letto La partita di Cesare e aver ripreso in mano Il calcio fa bene, è emersa la necessità di rendere a Cesare quel che è di Cesare. Nel senso inteso da Cristo, questa volta.