Imposizione dell’educazione sessuale nelle scuole, perquisizione negli uffici di una fondazione legata a Radio Maryja, petizione contro il sacramento della confessione per i minori. E poi ancora il no al museo per Karol Wojtyla, i conti bloccati ai dehoniani, la depenalizzazione dell’aborto illegale.
La propaganda euro-secolare, interessata a portare avanti i propri programmi, descrive la Polonia di Tusk come la patria del diritto rediviva dopo un periodo di oscurantismo. Ma si tratta di un inganno.
Perché la Polonia fedele, sempre vicina alla comunione nella fede e alla tradizione cristiana, riscopre i tempi di Jaruzelski. Gli stessi intenti, sono infatti portati avanti con mezzi più infidi.
A dispetto di questo, anzi, forse proprio per questo motivo, il governo Tusk viene celebrato un po’ ovunque in Europa. Persino in Italia, dai soliti sospetti.
Poi naturalmente si cerca di confondere le acque. Ecco quindi Varsavia celebrata ad esempio per il suo posizionamento quale pivot militare e strategico della nuova Europa, accanto al logorato asse franco-tedesco.
Senza dimenticare gli elogi per un piano di ammodernamento nel settore nella difesa che sfiora il 4,8% del PIL. La quota più alta tra tutti i membri della NATO, Stati Uniti inclusi.
Ma sotto la cenere della realtà distorta dalla propaganda, cova il fuoco di una Polonia gelosa della propria sovranità. In particolar modo su temi come la gestione dei confini e la transizione verde.
Recenti sondaggi hanno in effetti mostrato una crescita dell’euroscetticismo interno: un cittadino su quattro, pare, sarebbe a favore di una possibile uscita dall’UE. Alla base vi è il timore che le rigide normative di Bruxelles possano frenare proprio l’apogeo industriale di Varsavia.
Più di qualcuno sostiene che la Polonia rappresenti il prototipo dello Stato-nazione moderno in un mondo multipolare: militarmente autosufficiente, energeticamente indipendente e politicamente influente. Tutto vero, ma manca un dettaglio.
Le autentiche potenze regionali (ad eccezione della Cina, ma con sviluppi) sono infatti connotate da un riconoscimento da parte dello Stato della dimensione spirituale quale elemento cardine della tradizione nazionale, per la coesione sociale. Ovvero ciò che ora in Polonia sta venendo meno.
Le ultime rilevazioni avevano attestato la percentuale di credenti cattolici polacchi attorno al 91%. Un valore altissimo, che sancisce che il secolarismo eurofilo non ha scalfito la fede dei polacchi.
In pratica Donald Tusk guida il paese in una direzione che rischia di essere sgradita alla maggioranza del suo popolo. E lo fa pure contro gli interessi del paese stesso.
Al di là delle lodi eterodirette, quindi, se la Polonia vuole essere davvero un modello, occorre che riscopra la fede cattolica anche nella propria azione politica. Magari cominciando dal magistero di quel San Giovanni Paolo II che è ancora fonte di devozione per tanti suoi concittadini.

