Dirompente, turbinoso, sregolato. Ed impossibile da analizzare e giudicare servendosi di categorie come “destra” e “sinistra”.
Un po’ perché gli Stati Uniti non hanno mai avuto una vera sinistra, se si eccettuano sporadici casi come Bernie Sanders, non a caso presto accompagnato alla porta. Molto di più, però, con Donald Trump tali classificazioni risultano ormai obsolete.
Negli ultimi anni, infatti, negli USA si è affermato un fenomeno profondo che non è più possibile ignorare. Una frattura sempre più evidente tra due visioni del ruolo statunitense nel mondo, frattura che non segue le linee partitiche classiche, ma quelle geografiche, culturali ed economiche.
Da un lato c’è l’“America interna”. Ossia il Midwest, la Rust Belt, le Grandi Pianure e le parti del Sud rurale, tutte zone composte da una working class spesso bianca, ma non solo.
È la cosiddetta Heartland , quella che generato l’idea di “America First” che Trump ha abilmente recepito e sintetizzato nello slogan “Make America Great Again”. E da qui che sorge spontaneo il movimento MAGA, anche se qualche ingenuo pensa il percorso sia stato quello inverso.
MAGA significa basta con le guerre infinite, e basta con le spese all’estero mentre le infrastrutture crollano e l’industria è moribonda. Per questa parte del paese, l’egemonia globale è diventata un lusso non più sostenibile.
Per la precisione, sono i cittadini che sentono traditi dalla narrazione post-1991, che ha danneggiato loro ed arricchito élite costiere. E quindi New York, California, Boston e ovviamente Washington.
Ossia quelle zone che continuano invece a vedere gli USA come “bussola morale” del mondo, e che continuano a considerarsi difensori dell’ordine liberale internazionale. È l’establishment vero e proprio, composto indifferentemente da repubblicani neocon e democratici libdem.
Giusto per fare qualche nome, parliamo ad esempio di Ted Cruz o Marco Rubio, favorevoli ad una proiezione verso l’esterno degli Stati Uniti. Oppure, nel campo dell’Asinello, Pete Buttigieg e Gavin Newsom, che rappresentano la visione liberale globalista, sempre con guida a stelle e strisce.
E dall’altra parte? Beh, il volto più conosciuto è sicuramente JD Vance. Anti-interventista con un passato da marine in Iraq e scettico su impegni eterni all’estero, Ucraina in primis.
Pur non afferendo in toto all’universo MAGA, anche in casa democratica c’è chi punta su rilancio dell’industria nazionale e moderazione militare verso l’esterno. Si tratta di Ro Khanna, membro democratico della Camera dei Rappresentanti per lo stato della California.
La frattura interna degli Stati Uniti, dunque, va oltre i già menzionati obsoleti concetti di destra e sinistra. Essa non è ideologica, ma socio-economica, e più passa il tempo più si cementa.
A prescindere dagli schieramenti, chi si sente sconfitto dalla globalizzazione, o è semplicemente stanco di pagare il conto, punta ad un “ritorno a casa”. Che si traduce nell’attuazione delle teorie di Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori meno noti, e Ministro del Tesoro di Washington.
Quest’ultimo sosteneva la necessità di in un governo federale forte e centralizzato, che agisca in prima persona ove necessario. A livello economico, Hamilton riteneva che bisognasse favorire il credito pubblico e stimolare attivamente l’economia interna, qualora le condizioni lo richiedessero.
Al contrario, coloro che invece beneficiano del sistema aperto globale tendono naturalmente verso un altro modello. Big Tech, finanza, export culturale, élite accademiche, guardano infatti al liberismo discendente dal britannico Adam Smith, ovviamente per proprio tornaconto.
All’incirca dal primo Secondo Dopoguerra in poi, con qualche accenno anche precedente, ha prevalso il secondo approccio. E ciò è stato possibile anche perché esso poteva contare su un apparato mediatico trasversale pervasivo che lo giustificava presso il pubblico generalista.
L’11 settembre è stato però, in tal senso, una prima discreta sveglia. E tutte le continue crisi successive, economiche e militari, hanno pian piano eroso le convinzioni dei cittadini della bontà di questo percorso, progressivamente sempre più penalizzante per la classe media.
Spesso si cerca di far passare Trump come un figlio del voto di protesta. La realtà è che il magnate newyorchese ha intercettato istanze che non gli appartenevano e ha dato voce a chi non aveva voce, visto che i media, mentendo, continuavano a ripetere “Va tutto bene, madama la Marchesa”.
No, non andava tutto bene. Ed il fatto che i neo-hamiltoniani siano, ancorché rari, presenti tanto nello schieramento democratico quanto in quello repubblicano ne è un sintomo evidente.
Non è dunque quella tra destra e sinistra, la frattura USA, ma tra élite e popolo. I prossimi anni, a seconda dei candidati che arriveranno a correre per la presidenza, ci diranno chi ne sarà uscito vincente.

