La sera del venerdì santo, già di per sé giorno infausto, del 2026, è segnata da un’ulteriore triste notizia. Si apprende infatti che si è addormentato nel Signore il giornalista Vittorio Messori.
Nato da famiglia anticlericale, si accostò alla fede in gioventù. Divenuto poi saggista, dedicò gran parte della sua ampia bibliografia a questioni relative al Vangelo e alla figura di Cristo.
Il suo esordio fu con il celebre Ipotesi su Gesù. Seguirono poi diversi altri testi, che toccavano la fede cristiana in termini di sfida, e allo stesso tempo oggetto di indagine.
Per un curioso intrecciarsi di coincidenze, pubblicò inoltre il primo libro-intervista ad un pontefice, Giovanni Paolo II. Ed in tal senso va segnalato che la genesi di Varcare la soglia della speranza, narrata all’interno del volume, è interessante quanto i contenuti dello stesso.
I Vicari di Cristo intervistati da Messori, tuttavia, sarebbero in realtà due. Solo che il primo venne, paradossalmente, dopo il secondo.
Nel 1982, infatti, il giornalista aveva ottenuto un tête-à-tête con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, fresco di nomina a Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede. Come sappiamo, dal 2005 toccherà poi a quest’ultimo guidare la Chiesa universale, come Benedetto XVI.
Da tale dialogo era poi scaturito Rapporto sulla fede. Un testo denso, che accanto ad elementi tipici del suo tempo offre riflessioni che sono ancora attuali.
Già dall’introduzione di questo opera, peraltro, possiamo cogliere qualche elemento del pontificato del teologo bavarese. Divisivo nella reputazione che lo circonda (segnata in negativo da immeritati luoghi comuni) questi in realtà si rivelerà lucido nella sua analisi dell’attualità, ecclesiastica e non.
Il cardinale Ratzinger, infatti, ha come cuore della riflessione la Chiesa, che lui vede anzitutto come pellegrina sulla terra. E missionaria, come d’altronde la voleva il Concilio Vaticano II.
Un argomento che per giunta ritornerà più volte nel corso della trattazione. Se non altro perché lo stesso bavarese ne fu grande protagonista, seppur dietro le quinte.
Il punto di partenza del libro è però il suo ruolo come Prefetto di un’istituzione che è diretta discendente dell’Inquisizione. La quale, a a causa di una propaganda giacobina mai sradicata, gode di una nomea negativa che va ben oltre i propri pur umani demeriti.
Raztinger, presentato come un cagnesco gendarme della fede, si rivela in realtà già dalle prime pagine come un appassionato studioso. Quella che lui stesso definisce una sedia scomoda è, in realtà, un punto di vista panoramico sulla Chiesa e sul cristianesimo.
Filo conduttore di Rapporto sulla fede è l’imborghesimento della Chiesa. Che si traduce in un abbandono del senso profondo di certe pratiche in un nome di una logica mondana.
Da lì nasce la contrapposizione tra il progressismo del mondo franco-tedesco e i tradizionalisti lefebvriani. Da lì gli errori di una branca di Teologia della Liberazione che dimentica la Fede per farsi mera lotta politica (e talvolta pure armata).
Da lì nasce la crisi del sacerdozio, e di conseguenza dei sacerdoti. Da lì una certa compiacenza verso una mentalità liberal-radicale. Da lì, una certa cattiva interpretazione dei testi conciliari.
Di fronte a tale tempesta, Ratzinger proponeva una soluzione che oggi più che mai appare attuale. Ovvero quella di riannunciare Cristo, di farsi guidare da Lui, perché a lui la Chiesa appartiene.
In maniera semplice ma inequivocabile, il teologo bavarese ricorda il legame tra salvezza e verità, verità che rende liberi e salva. Non soluzioni umane, dunque, ma l’annuncio di Cristo redentore e mediatore tra Cielo e terra.
La lettura di Rapporto sulla fede risulta dunque necessaria ancora oggi, specie per i tempi di confusione che anche la Chiesa sta vivendo. Un testo cruciale per trovare spunti utili al fine di uscire dalla crisi. .

