Dan Peterson al Milan: what if?

La storiella è nota, e raccontata dai protagonisti di entrambe le sponde. Data e luogo, anzitutto: 9 gennaio 1987, Teatro Manzoni di Milano.

Dan Peterson, che ironia della sorte proprio quella sera fa gli anni, si sta preparando per condurre gli Oscar dello Sport. In camerino riceve però una visita inattesa: insieme a Bruno Bogarelli c’è Adriano Galliani.

All’epoca già braccio destro di Silvio Berlusconi al Milan, l’amministratore delegato, su input del patron, è lì per chiedere a The Coach se è interessato a sedere sulla panchina del Milan la stagione seguente. L’allora Cavaliere sta infatti cercando qualcuno fuori dal mondo del calcio per guidare la sua squadra.

Nella sua visione, Peterson è una mente innovativa e un grande motivatore, ovvero ciò che serve per rianimare il Milan uscito malconcio da quella stagione. Insomma, una delle classiche proposte che non si possono rifiutare.

Dan, invece, rifiuta. O meglio, non proprio rifiuta, ma per il bene della sua Olimpia rimanda il discorso a fine stagione.

Gli andrà bene e male allo stesso tempo. Bene perché quell’anno per i biancorossi termina con la conquista del Grande Slam, nonostante le forche caudine della famigerata rimonta del -31 contro l’Aris di Salonicco.

Male perché, siccome il tempo è tiranno, e al Milan di tempo non ne hanno, la società non aspetta e in rossonero approda un uomo innovativo che non proviene dal calcio… professionistico.

Ovviamente, è Arrigo Sacchi. Tutti contenti, dunque? Sì, anzi, no. Perché effettivamente, al di là del gustoso aneddoto, un dubbio resta: cosa sarebbe successo se Peterson fosse effettivamente finito ad allenare il Milan?

Secondo lo stesso interessato, Galliani sostiene che avrebbero raggiunto gli stessi risultati. Idea che trova per certi versi un riscontro nelle parole di Adriano G. quando dice “Tanto gli sport sono uguali a livello di motivazioni”.

Ma sarà poi vero? Sicuramente l’aspetto di stimolazione emotiva nello sport conta moltissimo, ed in quello Peterson è stato un grande maestro.

Allo stesso tempo, però, tanti campioni come quelli del Milan come avrebbero accolto la leadership di un corpo estraneo alla loro realtà? Considerando quanto il calcio sia di per sé un contesto autoreferenziale, forse il trapianto sarebbe stato alquanto laborioso.

D’altro canto, però, è possibile che un vincente in uno sport di secondaria importanza mediatica avrebbe potuto pesare quanto uno sconosciuto proveniente dal calcio dilettantistico e giovanile. Dunque, forse The Coach alla fine sarebbe stato accettato come fu accettato Sacchi, ovvero come scelta del presidente a cui tocca adeguarsi.

E Peterson? Sarebbe stato Peterson, il Peterson che conosciamo, maestro di team building. Ma in un ambiente che chiaramente non conosceva è verosimile si sarebbe circondato di persone del settore.

Chissà, forse in quelle sliding incredibili che la vita può offrire ci siamo persi la possibilità di vedere Dan Peterson e Fabio Capello insieme sulla stessa panchina. Ma queste ovviamente alla fine sono solo speculazioni buone per pizzicare le corde della fantasia degli appassionati.