Per parlare della Celeste potremmo parafrasare un noto moto di spirito che gira sui social media: la struttura sociale dell’Uruguay non è adatta al successo nel calcio, ma l’Uruguay non lo sa e ha successo ugualmente.
In effetti, guardando le grandi potenze nel calcio, non si può non notare che siano tutte ex-imperi. I paesi europei, certamente, ma anche il Brasile (1822-1889) o l’Argentina (1831-1861).
Come in tutte le regole, serve un’eccezione. E quell’eccezione è l’Uruguay, che da quasi un secolo si pone come la Cenerentola tra i giganti politico-economici che influenzano (anche) il calcio.
Niccolò Mello è un giornalista e saggista di cronaca nera e giudiziaria. Qualche anno fa ha verosimilmente usato le sue competenze per indagare sulla peculiarità del paese sudamericano
Il lavoro che ne è venuto fuori, Quando il calcio era Celeste, è significativo. Leggero ma non semplicistico, scorrevole ma approfondito, questo volume ricostruisce le radici dei successi del calcio uruguayano.
Il nucleo della narrazione è la squadra detta “degli Invincibili”. Quella per, intenderci, conosciuta per aver vinto l’oro olimpico nel 1924 e ad Amsterdam nel 1928, e la Coppa del Mondo del 1930.
Oltre agli allori internazionali vanno però menzionati anche quelli continentali, che di solito sono ignorati. Nella fattispecie, parliamo di tre vittorie della Copa America, nel 1923, 1924 e 1926.
L’autore, tuttavia, non si è limitato ad un mero resoconto dei fatti. Al contrario, la narrazione parte da lontano, dagli inizi segnati (com’è naturale) dall’influenza inglese, per poi toccare lo sviluppo di uno stile di gioco proprio da parte del calcio rioplatense.
È la “Nuestra”, un gioco basato su tecnica, fantasia ed imprevedibilità con cui argentini ed uruguaiani si smarcarono (è proprio il caso di dirlo) dai padri britannici. Uno primo segno di autonomia calcistica di stampo antropologico.
Mello parte da qui, da questo strappo, per contestualizzare meglio il percorso dell’Uruguay degli Invincibili. Sia come squadra che come effettivi.
I risultati della Celeste, infatti, non possono prescindere dai ritratti dei suoi protagonisti. Hector Scarone, José Andrade, José Nasazzi, Hector Castro, Pedro Cea: tutti i principali attori di quella compagine trovano spazio nella trattazione.
Il lettore, dunque, non vede solo enumerati i risultati della Celeste. Il contesto, anzi, viene anzi meglio definito da un quadro delle condizioni sociali dei calciatori degli anni Venti e Trenta.
Quando il calcio era Celeste, dunque, è una lettura che unisce la ricostruzione etnografica alla cronaca calcistica. Un mélange che già di per sé sarebbe stimolante, ma lo è ancora di più in quanto declinato ma su una terra che, per dirla alla papa Francesco, si trova quasi alla fine del mondo.

