Charlie Chaplin, umanista

Sì, Charlot, il vagabondo buffo dal cuore tenero che trova sempre occasioni per azzuffarsi con le istituzioni. Sì, Il Grande Dittatore, la parodia di Adolf Hitler che, a differenza dell’originale, si conclude con discorso memorabile figlio di una conversione del cuore.

E ancora sì, Tempi Moderni e l’alienazione del lavoro nel capitalismo sclerotizzato. Ma al di là di tutto ciò, che è solo la punta dell’iceberg, chi è stato Charles Spencer Chaplin detto “Charlie”?

Risposta: Charles Spencer Chaplin detto “Charlie” è stato un umanista. Uno dei più fini del Novecento, a onor del vero.

Anzi, si potrebbe tranquillamente concludere che è stato senza dubbio il migliore nel campo artistico. In generale, sulla scena intellettuale occidentale, potremmo invece collocarlo tra i primi dieci, magari con un posticino accanto a quel Joseph Ratzinger con cui condivideva il giorno di nascita, il 16 aprile.

Charlie Chaplin era un umanista, ma perché? Perché credeva nell’essere umano.

Non per pura speculazione intellettuale, non come diletto filantropico da cui tenersi però ben distanti nella vita reale. No, Charlie Chaplin credeva nell’essere umano perché, nella povertà come nella ricchezza, ne aveva toccato ogni sfaccettatura.

Opinioni di un vagabondo, raccolta di interviste edita una ventina d’anni fa e riproposta di recente in Italia, risulta in questo senso illuminante. In uno iato di confronti che va dal 1915 al 1967, Chaplin appare spesso pessimista ma paradossalmente anche fiducioso, raccontando il suo metodo di lavoro basato, semplicemente, sull’osservazione delle dinamiche umane nella vita quotidiana.

Tutto ciò per cui generazioni di spettatori hanno riso e continuano a ridere risulta quindi nient’altro se non uno specchio dell’umanità. Uno specchio dallo sguardo tenero che riflette la miseria e la misericordia, l’inquietudine e la gioia.

Forse è proprio per questo che Chaplin è stato amato dal pubblico e detestato dalle élite, di cui alcuni critici mai teneri con lui erano il naturale braccio armato. Chaplin raccontava favole, ma favole in cui le persone comuni capivano di essere le protagoniste.

Alla classe media questo piaceva, perché per la prima si vedeva volta rappresentata in maniera autentica. Allo stesso tempo, ça va sans dire, è anche ciò che indispettiva però gli snob, che in Chaplin non hanno mai trovato un interlocutore che imprimesse nelle opere dedicate alla working class quel paternalismo saccente che vediamo in tanti film successivi, anche attuali.

Questo perché Chaplin, che lavorava autonomamente e senza imposizioni, non ha mai avuto quell’approccio da “Ti spiego io la vita”. Piuttosto, e dalle sue interviste emerge piuttosto chiaramente, pur essendo talvolta critico aveva sempre fiducia che gli spettatori a cui si rivolgeva capissero che il suo era sempre uno sprone, mai una condanna.

Un gentleman dall’umorismo fine ma mai leggero, dal disappunto pungente ma mai umiliante, dunque. Un umanista come il cinema non è mai più riuscito a generarne, e forse mai ci riuscirà. Fortunatamente, verrebbe da soggiungere.