“Il mondo si arma più in fretta di ogni reazione”. Se non sapessimo che si tratta di una frase dell’ultimo film di 007, potrebbe essere una perfetta descrizione dell’attualità geopolitica.
Ora, la corsa agli armamenti per Hollywood è un tema caldo da almeno vent’anni. Una larga fetta della Saga dell’Infinito del Marvel Cinematic Universe si basa su tale pilastro, tanto per dirne una.
Un conto però sono i moniti generali. Tutt’altra questione è, invece, una radiografia talmente precisa da sembrare (absit iniuria verbis) per certi versi suggerita.
Di film di spionaggio recenti che si articolano attorno allo sviluppo tecnologico del comparto militare ce ne sono diversi. Nessuno è stato però tanto preciso quanto No Time to Die nello sviscerare i temi che vediamo quotidianamente nei notiziari o nel feed dei social.
Servizi segreti, biotecnologie, targetizzazione degli obiettivi strategici. E poi ancora letali veleni, sabotaggi, quinte colonne e vastissimi potentati criminali con infiltrazioni ovunque.
No Time to Die è un film che, nel complesso, nasce con l’intenzione di portare al culmine il ciclo dello 007 di Daniel Craig. E lo fa, aprendo una finestra su un quindicennio (2006-2021) che la cui accelerazione tecnologica è stata fortissima.
Rivedere l’inizio di Casino Royale con i telefonini analogici e confrontarli con gli smartphone dell’ultimo lungometraggio offre una prospettiva su quanto la strumentazione tecnica abbia fatto un passo in avanti in un lasso di tempo tanto breve. Ma lo stesso fa, purtroppo, anche quella bellica.
Per questo quando l’M interpretato da Ralph Fiennes ammette che la corsa agli armamenti è sfuggita di mano non sta parlando solo agli interlocutori, anche allo spettatore fuori dalla cornice narrativa. Quasi a cercare di scuoterlo, per riportarlo verso una realtà a cui spesso non fa caso.
Ma l’ultimo film di 007, come accennato in precedenza, non si è limitato agli appelli. Si tratta infatti di una produzione viva, che trova un suo riflesso nell’attualità.
Dal Venezuela all’Iran, dalla Cina a Cuba, fino alla guerra in Ucraina. No Time to Die è stato indubbiamente anticipatore di questioni che ora sono all’ordine del giorno.
Fino a qualche tempo fa le ignoravamo. In un’Occidente soggiogato da una visione economicistica e consumistica, pensavamo appartenessero ormai al passato.
Ma la fine della storia che qualcuno aveva ipotizzato in realtà non è mai avvenuta. Ed anzi, molti popoli stanno venendo a chiedere il conto all’Occidente di questa sua illusione astrattiva.
Di fronte a una situazione tanto grave, cosa fare? Pur se in maniera certamente drammatica e brutale, 007 invita ad agire, e ad agire nel giusto.
È una chiamata ad esporsi, anche nel proprio piccolo. A difendere la pace pagando anche di persona se necessario, per dirla con San Giovanni Paolo II.
Se No Time to Die è una radiografia dell’attualità, dunque, possiamo però confidare che l’esito drammatico degli eventi si possa sovvertire, e che si possa trasformare la logica del conflitto in una di concordia. Perché un mondo può anche scegliere di dismettere le armi di cui si dota.

