Di Dario Fabbri, uno degli analisti geopolitici italiani più conosciuti, ci era già capitato di parlare in precedenza. Su queste pagine ne avevamo rimarcato il valore, pur sottolineando come non fossimo sempre in totale sintonia con il suo pensiero.
La lettura di Geopolitica umana, il libro che il direttore di Domino ha dato alle stampe nel 2023, ha offerto un’ulteriore prospettiva sulle sue tesi. Ampliando alcuni aspetti decisamente cruciali.
Tra questi, risulta preminente la separazione del concetto di nazione da quello di impero. La prima è una collettività in sé, mentre il secondo è una nazione che sottomette le altre, in diverse maniere.
Altrettanto interessante è, in aggiunta, la differenza tra assimilazione ed integrazione. Gli imperi puntano ad assimilare gli allogeni, cioè ad annullare le differenze al proprio interno, mentre impongono ai satelliti di integrare i propri, cioè a costituire comunità distinte.
Ciò avviene perché l’impero si muove su un piano militare, e non può permettersi quinte colonne. I satelliti, invece, per quieto vivere (degli imperi stessi) è bene siano frammentati al proprio interno.
Fondamentale risulta altresì il controllo dei mari, sui quali viaggiano le merci. Controllo che gli imperi applicano non palmo a palmo, ma controllando gli istmi, ossia i punti di passaggio.
Ultimo tema cruciale del pensiero di Dario Fabbri è l’irrilevanza dei leader. I quali sono generati dal popolo, mentre invece siamo abituati a pensare che siano essi a plasmare le proprie genti.
Naturalmente ci sono molti altri punti interessanti, in Geopolitica umana. Quelli menzionati fungono però da mappa per comprendere le criticità del pensiero del direttore di Domino.
Partendo dalla definizione di nazione come di collettività consapevoli di sé, il noto analista geopolitico ascrive infatti le scelte dei popoli unicamente al popolo stesso. Quest’ultimo si sceglie il leader più simile a sé, come peraltro sosteneva anche Isidoro di Siviglia nel VII° secolo.
Per essere precisi, Fabbri esclude esplicitamente che gli indirizzi delle nazioni possano essere forniti da soggetti quali multinazionali o élite esposte o celate. Nella sua visione, solo il popolo orienta.
È innegabile che tali tesi abbiano effettivamente un loro senso. Allo stesso tempo, tuttavia, presentano anche limiti non di poco conto.
Torniamo un attimo indietro, per la precisione al controllo dei mari. Come accennato, esso può avvenire solo tramite il presidio degli snodi cruciali, dei colli di bottiglia.
La domanda dunque è: perché la stessa cosa non può valere anche per la collettività? In fondo, appare anche abbastanza logico: si può controllare la vastità delle genti se, come con i mari, controlli determinati settori cruciali, quelli che rispondono ai bisogni primari dell’essere umano.
Quali settori? Possiamo citare l’agroalimentare, l’immobiliare, la sanità, persino l’istruzione. Se poi si riesce a giustificare tale indirizzo attraverso i media (non solo l’informazione, ma anche l’intrattenimento) il gioco è fatto.
Basterà che un’eventuale élite, di un qualsiasi tipo, si inserisca in maniera più o meno esposta in questi settori per iniziare a veicolare le proprie istanze. A quel punto, il popolo le farà proprie e chiederà alla politica di porvi mano, credendo che esse nascano spontaneamente da sé.
Il pensiero di Dario Fabbri offre dunque sicuramente un interessante stimolo alla riflessione. Il suo approccio ha tuttavia dei limiti, in quanto restringe il campo d’azione di gruppi di potere che, in realtà, hanno una capacità pervasiva e persuasiva decisamente elevata.

