Cristo al centro del mercato: la recensione de L’economia civile

“Torniamo al Medioevo!”. Molte volte, sui social oppure in qualche dibattito, è emersa questa considerazione.

Da tempo ha preso piede una narrazione che descrive il Medioevo come un periodo oscurantista, retrivo, pieno di false credenze. Una narrazione che è, questa sì, falsa.

Eppure è proprio al Medioevo che possiamo attingere per uscire dall’attuale situazione socioeconomica assai delicata. Per un’altra idea di stile di vita, e di conseguenza di mercato.

L’economia di mercato civile nasce attorno all’XI° secolo. È infatti una novità la riflessione sulla ricchezza di teologi francescani come Pietro di Giovanni Olivi e Bernardino da Siena, che guardano al profitto con favore a patto che esso sua orientato al bene della comunità.

Cambia dunque la prospettiva sul mercante, che diventa figura che contribuisce al benessere del luogo in cui opera. Nel Quattrocento nascono poi i Monti di Pietà, che offrono microcrediti etici.

La base dell’economia civile risulta così la fiducia pubblica tra i cittadini. La coltivazione della fede pubblica è il presupposto di qualsiasi discorso relativo allo sviluppo economico.

La ricchezza è vista come un mezzo per migliorare la vita della comunità. La reciprocità, soprattutto, diviene il fulcro della società.

Di questo particolare e ormai misconosciuto ethos del mercato Stefano Zamagni è oggi il principale portavoce. Un testimonial appassionato, che indaga la storia per proporre soluzioni al presente.

Nel suo volume intitolato proprio L’economia civile, l’autore offre inoltre una panoramica di tale fenomeno. Una panoramica che unisce storia, società, cultura, economia e fede.

Pur con venature non eccessive, infatti, Zamagni tratteggia chiaramente come al centro del tipo di società oggetto del libro sia necessario porre una visione cristiana. Anzi, per la precisione proprio cattolica, visto che il protestantesimo è alla base di quella forma mentis capitalistica.

Anche quest’ultima è inoltre presa in esame, insieme al diametralmente opposto welfare state. L’autore, infatti, sviscera in maniera chirurgica i limiti intrinseci di entrambe.

Non è il mercato deregolato, la soluzione ideale, perché schiaccia i più deboli. Nemmeno lo è, però, lo Stato Sociale, che non pone reali freni al capitalismo ma si limita ad usare la spesa pubblica per compensarne i danni.

È solo con una seria responsabilità civile dell’impresa, suggerisce Zamagni, che si può arrivare ad un’autentica prosperità che non annulli i più vulnerabili. È perciò necessario che l’imprenditoria torni a prendere coscienza del suo ruolo sociale.

Ciò è possibile solo adottando una visione autenticamente cristiana. Il che non significa impostare una struttura sociale di tipo confessionale, ma implementare uno sguardo che, anche indirettamente, guarda al Vangelo come ad un riferimento irrinunciabile.

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