“C’è una legge fisica per cui più grande è l’impero, più rapido è il crollo. Io infatti tendo a non chiamare declino quello che stiamo osservando in questi anni. Lo ritengo un crollo, che è quello che determina una rivoluzione geopolitica mondiale”.
Lucio Caracciolo è stato come suo solito cristallino. L’impero USA sta passando la mano, anche se ancora non è chiaro se dopo verrà un nuovo egemone o lo spesso evocato mondo multipolare.
In questa prospettiva si pone tuttavia la questione che è sempre in essere quando ci si trova di fronte a una transizione generazionale. Cosa fare con l’eredità?
Andiamo più nel dettaglio. Certamente gli Stati Uniti rimarranno una grande potenza a livello politico, militare, industriale, ma il loro soft power resterà intatto?
Non si può infatti negare che parte del potere che per anni gli USA hanno esercitato era dettata anche (ma chiaramente non solo) dal fascino che sapevano sprigionare. Un fascino che derivava dalla loro abilità nella narrazione centripeta, perpetrata con i media franchise.
Non si può in questo senso non pensare ad Hollywood. Macchina di propaganda per eccellenza, al punto che nel libro Mainstream un militare statunitense ammette tranquillamente all’autore Frédéric Martel che il Pentagono ha sempre finanziato la cinematografia nazionale.
Ecco quindi l’american dream, l’american way of life e la missione redentrice degli Stati Uniti diffusi urbi et orbi come Verbo Incarnato. E non solo attraverso film realistici.
Tali ideali sono infatti stati divulgati anche, ed anzi in certa misura soprattutto, da produzioni di natura epica. Star Wars, i film Disney e Dreamworks, Alien, Ghostbusters, per fare qualche esempio.
E dove non arrivava a creare da sé, Hollywood compensava pescando altrove. Da altri media (Jurassic Park, Star Trek), da altri luoghi (gli inglesi Il Signore degli Anelli, Harry Potter e James Bond) persino dalla realtà, con i giocattoli come i Transformers.
Naturalmente, però, non ci sono solo i film. L’epica statuni-centrica aveva infatti come vessilliferi anche il fumetto superomistico di Marvel e DC, o la serialità televisiva di Battlestar Galactica o X-Files, altrettanto poderosi nel proporre modelli di gloria a stelle e strisce.
Tutto serviva a rafforzare tirare acqua al mulino USA. E serviva sempre, anche quando attraverso tali franchise l’impero fingeva di fare autocritica per il suo imperialismo.
È legittimo quindi chiedersi quale sarà il destino della macchina non troppo celibe. Possiamo solo provare a trarre un’ipotesi più probabile di altre, senza per questo essere certi della sua effettiva realizzazione.
Come si è scritto, gli Stati Uniti resteranno comunque una grande potenza. Non avranno più il peso mastodontico di prima, ma certamente saranno ancora per molti secoli sulla cresta dell’onda.
Si può dunque supporre che grossomodo la loro industria culturale seguirà il medesimo destino. Le produzioni potrebbero quindi ridursi di numero, e/o penetrare in maniera minore nei mercati esteri.
La loro epica, per giunta, già da tempo ha subito ad esempio la concorrenza di quella giapponese. La quale adesso ha messo la freccia, in quanto libera da catene ideologiche che invece appesantiscono quella a stelle a strisce.
Risulta quindi verosimile che il ritrarsi più o meno ampio dell’egemonia culturale USA darà modo alle narrazioni specifiche degli stati nazionali di respirare, di prendersi qualche spazio in più. E qui possiamo fare un ulteriore passaggio.
Un mondo multipolare darà origine ad un’industria culturale multipolare? È plausibile: il menzionato Giappone, la Cina, l’India, la Corea del Sud, forse la Francia sono macchine già ben oliate.
In estrema sintesi, quindi, potremmo dire che il soft power statunitense è destinato ad asciugarsi, ma non a scomparire del tutto. E per quanto di buono è comunque riuscito a generare, va bene così.

